venerdì 19 giugno 2026

Sergey Lavrov sulla soluzione della crisi ucraina

Alcune riflessioni di Sergey Lavrov sulla soluzione della crisi ucraina, l’Europa e la sicurezza globale 

Nel corso dell’incontro tenutosi a Londra il 7 giugno scorso, i leader di Regno Unito, Francia e Germania, assieme a Vladimir Zelensky, hanno formulato cinque condizioni da presentare alla Russia per una «pace giusta e duratura» in Ucraina. È proprio sulla base di queste cinque richieste che l’Europa unita propone di avviare il dialogo con Mosca.


Contesto storico

Negli ultimi venti e più anni, l’esperienza complessiva dei negoziati con l’Europa, in quanto parte integrante dell’«Occidente collettivo», testimonia una sola realtà: i negoziati con la Russia sono stati utilizzati come tattica di dilazione e come copertura diplomatica per l’espansione geopolitica verso Est, fino ai confini russi, dell’Occidente e delle sue istituzioni, in primis della NATO e dell’Unione Europea.

Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto la nostra proposta di cercare una soluzione di compromesso riguardo all’Accordo di Associazione dell’Ucraina all’UE imposto da Bruxelles a Viktor Yanukovich. Merita ricordare che all’Ucraina veniva chiesto di aprire il proprio mercato senz’alcuna garanzia di reciprocità, nonostante ciò fosse incompatibile con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich ha chiesto di rinviare la firma dell’Accordo, gli europei hanno contribuito a fomentare le proteste di piazza e, successivamente, il colpo di Stato avvenuto a Kiev nel febbraio 2014.

Anche Germania, Francia e Polonia hanno successivamente agito in modo altrettanto sleale. Dopo aver garantito l’attuazione dell’accordo tra l’opposizione e Viktor Yanukovich, non appena l’opposizione, da loro stessi sostenuta, ha preso il potere, si sono “chiamate fuori”, sostenendo che la democrazia “può assumere sviluppi inattesi”.

Da quel momento, gli europei appoggiano le nuove autorità. Quando, il 2 maggio 2014, decine di sostenitori del riavvicinamento alla Russia sono stati bruciati vivi a Odessa, dall’Europa non si è levata una sola parola di condanna.

In qualità di garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania, de facto, hanno favorito il sabotaggio degli impegni da parte del regime ucraino. Come successivamente ammesso da Angela Merkel e Francois Hollande, l’attuazione degli Accordi di Minsk da parte di Kiev, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non era mai stata realmente prevista. L’obiettivo era quello di guadagnare tempo per rafforzare le Forze Armate Ucraine e rifornirle di armamenti occidentali.

Da parte sua, la Russia ha fatto tutto il possibile per superare mediante la diplomazia la crisi della sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di concludere accordi giuridicamente vincolanti su garanzie di sicurezza reciproche. I membri europei dell’Alleanza hanno preso parte attiva a questa decisione.

Dopo l’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’Europa unita ha sostenuto la linea del Primo Ministro britannico, vòlta a far fallire i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’invito rivolto a Kiev da Boris Johnson a «non firmare nulla e continuare a combattere» ha sbarrato per lungo tempo la strada a una reale soluzione diplomatica.


La situazione attuale

Sorge spontanea una domanda: perché i leader europei hanno improvvisamente cambiato atteggiamento, tornando a parlare di negoziati, e quali obiettivi perseguono con le loro dichiarazioni? Secondo quanto affermato da Kaja Kallas, Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, il dialogo con la Russia sarebbe necessario per trasmettere a Mosca le condizioni dell’Europa, compresi il pagamento di «riparazioni» all’Ucraina, il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale, l’abrogazione della legge sugli «agenti stranieri» e l’introduzione di limitazioni alla consistenza delle Forze Armate della Federazione Russa. A suo giudizio, «non è possibile raggiungere una pace giusta e duratura senza chiamare la Russia a rispondere delle proprie azioni». Il 19 maggio di quest’anno, nel corso di una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un rappresentante dell’Unione Europea ha sottolineato che «il sostegno militare all’Ucraina non contraddice la ricerca della pace, bensì costituisce una condizione preliminare per negoziati condotti in buona fede».

L’Europa intende negoziare con la Russia perseverando, mediante il Consiglio d’Europa, nella sua aggressione giuridica. Presso questa organizzazione, infatti, vengono istituiti organismi atti a «chiamare la Russia a rispondere»: un “Registro danni”, una “Commissione per i reclami” e un “Tribunale Speciale”.

L’Unione Europea, inoltre, ha dato il via libera al fermo di navi mercantili in acque internazionali. Diversi episodi si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Atlantico, mentre l’Occidente continua a ignorare gli atti di sabotaggio terroristico attribuiti alle Forze Ucraine nel Mar Nero e nel Mediterraneo.

In queste condizioni, il vero obiettivo dei leader europei non pare quello di negoziare con la Russia, bensì di preservare il regime di Vladimir Zelensky, conservandolo come avamposto per proseguire il conflitto con Mosca. Le capitali europee, pertanto, mirano a ottenere al più presto un cessate il fuoco per evitare il collasso delle Forze Armate Ucraine sul campo di battaglia, congelando il conflitto senza eliminarne le cause profonde, e introducendo immediatamente in Ucraina contingenti militari della coalizione anglo-francese dei «volenterosi».

È noto che le élite europee hanno investito parte significativa del proprio capitale politico nel conflitto con la Russia, spendendo centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e per aumentare il bilancio militare dei Paesi dell’UE e della NATO. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di raggiungere entro il 2030 la piena prontezza operativa per un eventuale scontro con la Russia. Fino ad allora, si punta a guadagnare tempo con ogni possibile mezzo. Come cinicamente dichiarato nell’aprile di quest’anno dal Capo di Stato Maggiore belga: «Grazie al sangue degli ucraini, che ci procurano questo tempo, abbiamo ancora qualche anno»

L’Europa unita, inoltre, continua a coltivare ambizioni espansionistiche, puntando a integrare Ucraina e Moldavia, e ad attrarre l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è ampliata verso Est con l’ingresso di Finlandia e Svezia. L’Ucraina viene considerata come il futuro «braccio armato» di forze europee autonome rispetto agli Stati Uniti e alla stessa NATO. 

I rischi per la sicurezza globale

Questa situazione comporta gravi rischi per la sicurezza globale, poiché uno scontro diretto tra NATO e Russia potrebbe rapidamente trasformarsi in uno scambio di attacchi nucleari con conseguenze catastrofiche.

Sotto la bandiera dell’«autonomia strategica», in Europa è in corso un significativo rafforzamento delle capacità militari, compreso il settore nucleare. Suscitano particolare preoccupazione le intenzioni di Parigi di estendere il proprio «ombrello nucleare» ad alcuni Paesi dell’Unione Europea e della NATO. Siffatta iniziativa difficilmente potrebbe contribuire a rafforzare la sicurezza della Francia o degli Stati destinatari della protezione.

Al contempo, esponenti politici e militari europei continuano ad attribuire alla Russia presunti piani aggressivi che andrebbero ben oltre l’Ucraina.

Il Presidente della Federazione Russa ha più volte definito siffatte accuse prive di fondamento, qualificandole come provocazioni e campagne di disinformazione, finalizzate a giustificare maggiori stanziamenti di bilancio destinati al conflitto con la Russia. Tutto ciò non crea certamente un clima favorevole a negoziati seri e sostanziali. (continua)

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